O SI VINCE COME SQUADRA O SI VIENE ANNULLATI INDIVIDUALMENTE


Una delle mie esperienze più complicate ma per me davvero più significative e belle a livello umano e sportivo è stata quella da allenatore della squadra Top Junior del GSO Paolo VI, ormai sette anni fa: ragazzi tra i 18 e i 19 anni, di capacità tecniche e atletiche differenti, con anche motivazioni differenti, alla ricerca di un orizzonte visibile della propria vita nel tempo in cui le amicizie costruite da ragazzi stanno per essere messe a dura prova da percorsi personali - di studio o di lavoro – via via sempre più lontani.


Ricordo che nell’estate che portava alla prima stagione insieme (alla fine furono due), studiai su alcuni libri teorie e azioni sulla conduzione di squadre e gruppi di lavoro: uno dei libri che spesso mi è poi tornato utile (e non solo in quel contesto) fu “Scoiattoli o tacchini – Come vincere in azienda con il gioco di squadra”, scritto da un grande coach di pallavolo come Gianpaolo Montali.


Sono andato a rileggermelo in questi giorni per cercare di trovare supporto alle mie certezze sul tema del “fare squadra” e l’ho (ri)trovato in quello che Coach Montali scrive nel capitolo 10: o si vince come squadra o si viene annullati individualmente.


Così buona parte del capitolo:


“O si vince come squadra o si viene annullati individualmente. Scrivo questa frase sui muri degli spogliatoi, nelle sale riunioni e sui fogli che la mattina presto, prima della sveglia, faccio passare sotto la porta delle camere d’albergo di ciascun giocatore. In modo che il primo pensiero, appena alzati sia uno solo: fare squadra.


Ognuno di noi fa un lavoro diverso, ma abbiamo una cosa che ci accumuna: la volontà di soddisfare i nostri bisogni personali.


Le persone sono diverse l’una dall’altra: c’è chi lavora solo per garantirsi un tenore di vita elevato, chi vuole dimostrare di essere un grande manager, chi gioca in una squadra di serie B e vuole arrivare alla Juventus o al Milan, chi sogna una vecchiaia serena e senza stenti, chi la prima casa di proprietà e chi la seconda casa al mare con piscina, chi la Ferrari e chi di giocare in Nazionale.


Ognuno ha le sue aspirazioni, e anche se quelle di qualcuno sono più nobili di altre, per me non è così. Tutte sono ugualmente da rispettare. Ma questi bisogni potranno essere soddisfatti solo a una condizione: che i giocatori siano in grado di far vincere la propria squadra, altrimenti vedranno svanire ogni possibilità. […]


Finale del campionato Europeo di volley a Roma nel 2005: l’Italia ha appena vinto contro i fortissimi russi, pochi speravano nel nostro successo dopo essere stati sotto per due set a uno. L’inviato sul campo del TG1 mi inchioda al microfono e parte l’intervista a caldo. Io dico tre frasi “Siamo gente seria” e “Il lavoro paga sempre”, di cui una innovativa “Ha vinto la squadra, lo ripeto, la squadra non il gruppo”.


Il mattino dopo, mentre sono in viaggio verso casa, ricevo una telefonata. In linea la segretaria del Quirinale: il presidente Carlo Azeglio Ciampi vuole parlare con me. Mi ringrazia, si congratula, partono le domande tecniche. Segue una pausa poi chiede con pudore: “Ma perché ha ribadito due volte che vince la squadra e non il gruppo, quando tutti parlano sempre del gruppo?”.


Molti hanno un’idea romantica del gruppo, ma da lì emerge solo il peggio di noi e se non lo si impara a gestire può esplodere. Nella squadra i giocatori non dovranno mai soffocare le loro diversità e i loro bisogni, anzi è vitale che li mantengano vivi. Sono linfa per la squadra ed è solo da questa che si può arrivare al gruppo.


Ho vinto coppe, mondiali, scudetti con giocatori che non avevano e non condividevano niente tra loro, anzi in alcuni casi c’era forte antipatia e nessuna affinità caratteriale, ma hanno fatto squadra e hanno vinto ugualmente.


Diventano gruppo quei team che in modo naturale, non forzato e non richiesto, improvvisamente giocando come una vera e propria squadra iniziano ad accorgersi che il compagno che hanno vicino è il migliore possibile per quel ruolo.


Il team che vinse l’oro nel 2005 mi costrinse fin da subito a lavorare moltissimo sul concetto di fare squadra. Dopo l’argento alle Olimpiadi di Atene feci molti cambiamenti e mi trovai da subito a dover gestire rapporti problematici all’interno dello spogliatoio. Ma la fortuna quel team era il fatto di essere composto da persone molto intelligenti che, in pochissimo tempo (in nazionale i tempi sono ridottissimi), riuscirono a concentrarsi sull’applicazione della partitura senza accorgersi, nella settimana finale, di essere diventati un gruppo.


Nei giorni decisivi del torneo molti giocatori vennero da me per dirmi: “Però Coach, avevi ragione, quel giocatore sarà anche antipatico, ma gioca sempre per la squadra”.


Questo è il motivo per cui, al termine della finale, pronunciai quelle parole. Uscivano da mesi di lavoro ossessivo alla ricerca della stima professionale dei miei giocatori, convinto che il team avesse tutte le qualità, tecniche e morali, per vincere la medaglia d’oro.


Si può passare da squadra a gruppo solo quando tra i giocatori subentra l’unica cosa che conta nei rapporti di lavoro: la stima”.

#Incittà #Sulcampo

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